L’insostenibile leggerezza di Cosetto

19 Settembre 2007 2 commenti

 

Io lo so come funziona la natura. Lo so che i pattern comportamentali di un gatto sono diversi dai miei. Io se vedo una cosa piccola la voglio proteggere, Maggie se vede una cosa piccola ordina un caffè per digerirla. So pure che un qualunque abitamte di campagna, ma anche di città volendo, si farebbe grasse risate a leggere questo post. Però mi è presa male, e non sono cose che controlli.

Prosegui la lettura…

Vota Conte

21 Giugno 2007 1 commento

Capita raramente di vedermi invischiato in concorsi musicali, non mi avventuro volentieri nella sottoboscaglia indie romana che puzza di conflittualità adolescenziale. Tutti si sentono più artisti degli altri, e gareggiano a chi ha più contatti sul myspace. Stavolta era facile, c’era solo da caricare un mp3, e allora l’ho fatto, più per far sentire un pezzo mio che per vincere. Però se mi votate non mi dispiace, questo è il link . Il pezzo è adesso basta, l’ho scritto e registrato diverso tempo fa, ma credo che sia tuttora la cosa migliore che abbia fatto il giovine cantautore Simone Conte.
Se vi piace il pezzo, fate girare il link. Insomma, vota e fai votare Conte.

Adesso basta

Non era questo che intendevo per silenzio
la distruzione di ogni singolo momento
Non era questo che pensavo quando ti chiedevo aspettami
non era giusto strangolare le parole per salvare gli attimi

Non era questo che intendevo per distacco
la tua maestria nel tenermi in scacco
Non era questo che vedevo quando ci guardavo tra un anno o due
ed io non posso ammettere quelle colpe che sono soltanto tue

E’ stato così bello, ma il revival sai, non è il mio forte

La mia è solo una preghiera
lasciamo che scenda la sera
e chiudiamo i conti, adesso basta
salviamo quel che resta
non si può tornare indietro
se non si è andati avanti mai
non vedi quel che fai
non sai più perchè
ma cerchi dentro me
qualcuno che non c’è

E arriva il tempo in cui rimpiangi l?ignoranza
perché sapere è chiudersi in una stanza
in cui forme e colori sono lame che sezionano il cuore in due
Risalgono i sapori e lo stomaco abbassa le difese sue

E arriva il tempo in cui rinneghi la coerenza
e cedi all?idea che è così dura fare senza
E ti racconti favole di sofferenze che ti fanno crescere
e provi a dare regole a quello che non hai saputo essere

E punti su un cavallo mai partito e ormai già seppellito

La mia è solo una preghiera
lasciamo che scenda la sera
e chiudiamo i conti, adesso basta
salviamo quel che resta
non si può tornare indietro
se non si è andati avanti mai
non vedi quel che fai
non sai più perchè
ma cerchi dentro me
qualcuno che non c’è

Riferimenti: Puoi votarmi qui

Vanessa

28 Aprile 2007 6 commenti


Visto che sono stanco del politically correct, e che la politica non è mai correct, ma dato soprattutto che la foto di quella ragazza (anche se in realtà non ci somiglia se non per il piercing e la frangetta) mi spezza il cuore perché mi ricorda la mia di ragazza, e penso che sarebbe potuto capitare a lei, allora lo dico. Non sopporto più gli zingari. Non ho neanche voglia di perdere tempo a dire a chi non mi conosce che il razzismo non fa parte del mio dna, e di argomentare questa affermazione. Non odio tutti gli zingari del mondo, sarebbe stupido. E? una cultura che non conosco, e che probabilmente se conoscessi non saprei capire, quindi non posso giudicarla. Ma gli zingari di Roma un pò li conosco. Li ho visti, li vedo. Li vedo sfruttare bambini che dovrebbero stare a scuola e invece stanno al semaforo, li vedo sempre, spesso, aggirarsi tra i vagoni della metro in attesa che qualcuno abbassi la soglia della propria attenzione. ?Rubano per disperazione?. Probabilmente è vero, ma da ieri non considero più la disperazione come un?attenuante. Se ti va male lo scippo lasci la borsa e scappi, non ammazzi una che ha le braccia più forti delle tue.

Morire a 23 anni per un ombrello in un occhio è un evento che non ricade in nessuna categoria logicamente accettabile dalla ragione dell?uomo. E? semplicemente, dolorosamente, spaventosamente ingiusto. Ma non è questo. Sono, siamo, assuefatti alla tragedia. I media ci campano di tragedie, ce ne viene somministrata una dose giornaliera altissima. Siamo passati dall?indignazione all?incredulità, dall?incredulità all?abitudine, dall?abitudine all?indifferenza.
Il punto è che guardo la foto di Vanessa e sono convinto di conoscerla, che fino a ieri fosse una mia amica.

Mi ricordo che una settimana fa è venuta a cena a casa di Sara col ragazzo, e ha portato la pasta fredda. Mi ricordo che dopo ce ne siamo andati col vino che aveva portato Billo, e abbiamo giocato a Trivial Pursuit da ubriachi. Ci siamo fatti un sacco di risate. Mi ricordo che all?una si è ricordata che doveva prendere la pillola tre ore prima e Sara l?ha presa in giro accarezzandole la pancia come si fa con le donne incinte.
Mi ricordo che mercoledì sera siamo andati tutti insieme a vedere ?Mio fratello è figlio unico?, ci è piaciuto un sacco e Vanessa, che è sempre stata una piagnona, ha consumato un pacchetto di fazzoletti. Mi ricordo che fuori dal cinema ci siamo presi il gelato e lei si è presa una granita piccola perché stava a dieta.

Sono pieno di ricordi fittizi. Sono pieno di fotografie mai scattate. Perché la mia mente sta generando tutto questo? Perché stavolta l?ingiustizia ha trovato una crepa nel muro della mia abitudine al dolore da telegiornale? Non ho risposte. Mi dispiace tantissimo, punto.
Assisto immobile attraverso il sito di Repubblica al grido di dolore di una madre che può essere sintetizzato solo in una richiesta di giustizia. Ma, il sapere quelle due maledette in galera non renderà un grammo della gioia che Vanessa aveva portato in casa 23 anni fa, quando era nata. Quella gioia che si è azzerata quando sul cordless di casa è apparso ?Numero riservato? e una voce inutilmente consolatoria ha chiesto a chi si è trovato a rispondere se fosse un parente di Vanessa Russo.

Egli è nato per noi

7 Aprile 2007 3 commenti

Non voglio essere polemico.
Non voglio convincere nessuno.
Non voglio aprire dibattiti.
Non voglio leggere libri.
Non voglio documentarmi.
Non voglio litigare con chi ci crede.
Non c?è una motivazione politica.
Non c?è un disegno dietro.
Non c?è arroganza.
Non ho niente contro chi ci crede.
E? solo che non ci credo.
Però se Pasqua vuol dire starsene un po? a casa e trovare qualche minuto in più del solito per parlare con chi vi vuole bene, allora vi auguro buona Pasqua. E se tra oggi e domani una strana figura piena di luce, di generosità e di vita, busserà alla vostra porta, non abbiate paura: è il Cristo Risorto!
No dai sto a giocà. In realtà è l?Amico Nasqua. Una figura mitologica dei quali pochi conoscono l?esistenza, nata per dare sollievo a tutti i bambini in crisi durante la scrittura della poesia da leggere dopo pranzo. Perché Pasqua non fa rima con niente. Di solito la rima più abusata per la chiusura delle poesie pasquali è quella con ?resurrezione?.
Sappiate che qualcuno è nato per voi. Diffondete il verbo. Egli è venuto per alleviare le nostre sofferenze. Egli è l?Amico Nasqua, che vi dice: buona Pasqua!

Dal fronte

8 Marzo 2007 2 commenti


Smettila con la retorica. Non c?è niente di bello, idilliaco, ispirato o artistico. Lavoro da sei mesi ma il mio animo non è nobilitato, quindi i proverbi e gli aforismi lasciamoli al calendario di frate indovino. Che poi se ci pensi è un ossimoro. Se è frate non è indovino, se è un uomo di fede non è un mago. Ma tanto siamo il paese dei balocchi. Non guardarmi in quel modo. Non sto impazzendo, sono solo stanco, chiaro? E non dirmi si per convenienza che altrimenti ti sfascio la capoccia con la pentola a pressione. Guarda che c?ha il fondo spesso, fa male. Tu la devi smettere con sta storia che è un lavoro edificante, la dovete smettere tutti, non è vero un cazzo. Bisogna usare le parole che bisgona usare, senza paura, senza retorica, senza falsi moralismi.
Io ho combattuto una guerra.
Oh, l?ho detto, mi hai sentito? Mi hai sentito? No però non devi ridere, non è che ho buttato lì una battutina per stemperare il clima che si è creato. Non è una mia preoccupazione, sei tu che sei in imbarazzo adesso, io sono solo stanco.
Perché questo fronte non è facile da sopportare. Sono partito con le migliori intenzioni, innanzitutto quella di migliorare come persona, ma nascondevo segreta la convinzione di poter migliorare un po? questo mondo. Con queste mie mani. With my own two hands.
E invece dopo il taglio del nastro, dopo l?entusiasmo dei primi giorni, la realtà è arrivata indesiderata come la pubblicità sul finale di un film commovente. E?iniziato tutto con un blocco, qui nel cuore, dove tu non sai guardare. Non riuscivo più a procedere, vedevo i miei compagni correre, muoversi verso la direzione giusta, e io sbandare paurosamente, e giorno dopo giorno restare sempre indietro. Finchè loro hanno finito, sono tornati a casa a festeggiare, ad abbracciare una vita libera dall?impegno per qualche mese.
E io no. E io qui. Solo contro il nemico.
Il bastardo non attacca, ed è ancora più snervante. Sta lì nella sua trincea, e appena alzo la testa spara. Lui aspetta, sa che sono io a dover attaccare.
Ho visto il calendario scorrere senza riuscire ad allungare una mano per fermarlo. Di questi sei mesi ricordo poco, se non una continua lotta che piano piano è diventata più contro me stesso che contro il nemico. Ho riletto mille volte i libri che ci hanno dato all?addestramento, ma non è servito. Lì dentro non c?è scritta la cattiveria del nemico.
Ho iniziato a dubitare di me, delle mie capacità, della mia intelligenza, ho toccato il fondo quando mi sono chiesto:?Chi me lo ha fatto fare??.
Passati i giorni peggiori ho iniziato a rimettermi lentamente in marcia, senza una vera speranza, più per inerzia, a piccoli passi, con il nemico alle porte, ma senza più paura. Sapevo di dover scrivere una pagina importante della mia vita.
Giorno dopo giorno, punto e a capo.
Ora dopo ora, punto e a capo.
Minuto dopo minuto, punto e a capo.
Mi sono preoccupato di mettere punteggiature in frasi che solo io potevo capire, e non sempre.
E così, con il concetto di senso portato a tracolla tra la borraccia e il binocolo, sono arrivato alla meta.
Mi hanno festeggiato, forse mi sono anche commosso. Non ricordo molto.
Oggi, so che quell?esperienza è stata necessaria, ma smettila comunque con la retorica.

Perché quando scrivi una tesi, il nemico è il conteggio parole di word, e in questo non c?è niente di bello, idilliaco, ispirato o artistico.

Un pezzo di città che svanisce

25 Gennaio 2007 14 commenti


A Roma sta succedendo qualcosa di cui pochi parlano, ma che coinvolge molti. E? un processo tanto lento quanto inesorabile, e non c?è modo di arrestarlo, perché non esiste una soluzione al problema.

I negozi di dischi stanno chiudendo.

Può sembrare un dato utile alla camera di commercio e poco più, ma andando oltre la pelle delle cose si capisce che c?è dell?altro. Perché se è vero che stanno chiudendo degli esercizi commerciali, è infinitamente più vero che se ne stanno andando dei pezzi di storia della città, o perlomeno di una certa comunità. Chi è cresciuto negli anni ?70, ?80 o ?90 seppure con tempi, modi ed opportunità differenti ha qualcosa in comune. I pomeriggi spesi in un negozio di dischi. Spesso tutto iniziava con la telefonata di un amico: ?Ahò ma oggi pomeriggio? M?hanno detto che Disfunzioni mette il catalogo dei Nirvana a metà prezzo, nnamo??. Ogni volta c?era una voce che riferiva qualcosa di assolutamente imperdibile in uno dei negozi storici della capitale, da Disfunzioni Musicali a Pink Moon, da Revolver a Elastic Rock, dal Nastro Discompact delle sorelle Marcotti a Just Like Heaven, solo per citarne alcuni. La maggior parte delle volte quel qualcosa non era vero ma comunque non si usciva mai scontenti. Perché l?acquisto del disco era solo uno degli aspetti che concorrevano a fare del negozio una meta dei pellegrinaggi, di devoti all?Hard Rock, al Jazz, al Metal, all?elettronic.

Perché nel negozio ci si passavano le ore. A spulciare tra i vinili o i cd usati dei quali dopo qualche mese si imparava l?ordine a memoria, a discutere con altri clienti della deprecabile deriva commerciale del gruppo punk, o a farsi consigliare qualcosa dai proprietari dei negozi; le parole di uno di loro possono aiutare a capire questo fenomeno che va sparendo.

Date le voci riguardo la sua chiusura, sono andato a trovare il titolare di Revolver, che ha confermato la notizia: ? Si è vero, da qui stiamo andando via, dopo dodici anni siamo costretti ad abbandonare un posto che è diventato un punto di riferimento per tanti amanti della musica. Però non spariremo del tutto, stiamo cercando un locale più piccolo, all?incirca un terzo di questo?. E guardandosi indietro si scorgono le prime avvisaglie di un periodo difficile: ?Tutto è iniziato a metà anni 90 con l?avvento del masterizzatore, poi negli ultimi 5 anni internet ci ha dato il colpo di grazia, ma anche i prezzi stracciati delle grande catene non aiutano?. Dodici anni in quel negozio, ma l?avventura è iniziata molto prima: ?Sono 26 anni che faccio questo lavoro. Negli anni 70 i collezionisti si incontravano la domenica mattina sotto il ponte a Piazzale della Radio, per scambiare dischi ed opinioni, quando ne ho avuti troppi ho preso un piccolo locale ed ho iniziato a venderli. Ricordo il boom del metal negli anni 80, con le comitive di ragazzi che da Firenze venivano a comprare i dischi da me.? E adesso? Cosa è successo a quella comunità? ? Adesso vedo gente che ha comprato da me il primo disco venire in negozio con i figli, e vedo tanta solidarietà.? Una pausa, gli occhi lucidi, un sorriso : ?E? una cosa commovente, da quando si è sparsa la voce della nostra chiusura, arrivano tante telefonate di persone che ci segnalano locali a prezzi convenienti, o che si offrono di venire a lavorare gratis per qualche ora. Sono affezionatissimi, ma purtroppo sempre meno, e la situazione è diventata insostenibile, per me come per tanti altri negozi storici di Roma ?.

Saluto, esco dal negozio, con un gesto ormai automatico mi metto le cuffie e accendo il mio Ipod. Mi sento un po? in colpa.

Roma, Natale 2006: medioevo.

24 Dicembre 2006 8 commenti


E? un po? che non aggiorno lo so. In realtà è una cifra che non aggiorno, ma ormai il ritmo è questo.
I dozzinalmente adolescenziali post quotidiani ve li potete pure scordare ormai.
Volevo tornare alla scrittura bloggarola con un bel post sulla mia laurea, perché il 15 mi sono laureato, ma ho un?altra impellenza. Mi limito a dire che è andata benissimo, sono uscito con 108, e che per me è stato un giorno di grande felicità, ho in qualche modo sanato il debito morale che sentivo di avere nei confronti di Primo Levi, e averlo fatto con l?aiuto di Ascanio Celestini per me è stato il massimo.
Come dicevo, c?è qualcos?altro che mi ribolle dentro oggi.
Stamattina ho portato Sara a prendere il treno, verso le 8 tornavo a casa e passando da piazza Don Bosco ho visto un gran viavai di gente. Non avevo fretta, ero curioso, ho accostato la macchina e sono sceso. Stavano montando una struttura, i soliti scheletri di tubi che compaiono subito prima e subito dopo qualsiasi evento all?aperto. Un operaio, il più vecchio, fumava e diceva a un altro ?Se quello lo metti così domani ne famo n?artri dieci de funerali?. Mi sono avvicinato, e gli ho chiesto ?che state a montà??.
Questa cosa di chiedere informazioni alle persone che non conosco non mi è mai venuta automatica. Forse mi sto davvero convincendo che diventerò giornalista. Che ognuno c?ha i blocchi suoi; il mio (uno dei miei) era che se dovevo rivolgere per primo la parola qualcuno facevo fatica. Non è timidezza, non sono timido. Era un blocco, non ce l?ho più.
Lui: ?Ce stanno i funerali de Uerbi, quelle merde nun ce l?hanno voluto dentro?
Io: ?Ma chi non l?ha voluto?
Lui: ?Er papa, o quarcuno che lavora pè lui, qualche prete che prima se incula un ragazzino e poi va davanti ale telecammere a dì che Uerbi in chiesa nun ce lo vojono. E sì che la moje ce teneva tanto.?
Io: ?Che pezzi demmerda?
Lui: ?Eh?o so?

Quello che il vecchio (che ormai alla fine della conversazione fumava il filtro della sigaretta, ma che non sembrava intenzionato a buttarla) chiamava Uerbi, è Piergiorgio Welby. La storia la sapete.
A vent?anni gli viene diagnosticata la distrofia muscolare.
A trent?anni non cammina e non più autosufficiente.
A quaranta non respira più da solo
A cinquanta inizia ad essere stufo
A sessanta trova qualcuno che ha pietà di lui

Grosso modo la sua vita è stata questa. E lo è per tanti altri distrofici. E? una vita che tende a diventare un cazzo di inferno anche se sei la persona più solare, forte e allegra di questa terra.
Smettiamola di pulirci la coscienza con un Telethon all?anno, è un Placebo. Il tabellone coi miliardi che avanzano, Milly Carlucci che invita ogni tre secondi a fare uno sforzo in più, la zoccola della Cartasì che dà il numero riservato per fare le donazioni con la carta di credito.
Ma chi cazzo stiamo prendendo in giro.
Welby ha implorato lo Stato di mettere fine alla sua tortura quotidiana, e non è fregato un cazzo a nessuno. Lo Stato non ha fatto nulla perché è legato a doppio filo alla morale cattolica. Non per vero senso religioso, semplicemente perché siamo un paese che ha forti radice cattoliche, buona parte dell?elettorato è (o si dichiara) cattolico, e i politici se la fanno sotto al pensiero di perdere consenso.

La chiesa ha detto di Welby, e dell?eutanasia in generale, che l?uomo non può sostituirsi a Dio, e che non si può manomettere il corso naturale della vita.
Ma io mi chiedo: cosa vuol dire manomettere il corso naturale della vita? Lo manomette di più chi tiene in vita una persona della quale non funziona più nessuno muscolo, o chi la lascia morire?
Perché se non funziona nessun muscolo, tanto per cominciare non funziona il diaframma, e non respiri. E ci vuole il respiratore, che vuol dire tracheotomia, un buco e poi un tubo in gola. Non ti funziona il piloro, la valvola che regola l?ingresso del cibo nello stomaco, altro buco e altro tubo.
Non ti funzionano un sacco di cose. Il tuo corpo diventa una cosa che non è più tua, una gabbia, una condanna.
E allora ci può anche stare che uno voglia buttarla via questa gabbia. La cosa più decente che uno stato possa fare è lasciare la gente libera di decidere.

Ma la cosa che oggi mi ribolle dentro, me l?ha detta il vecchio con la sigaretta stamattina a Don Bosco, e che purtroppo appena sono rientrato in macchina ho sentito al giornale radio.
La chiesa gli ha negato i funerali, ?in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dottor Welby di porre fine alla propria vita, ciò contrasta con la dottrina cattolica».
Allora non lo chiamare Dottor Welby, chiamalo Lo Sporco Welby, Lo Scandalo Welby, La Merda Welby. L?Inutile Welby. Pure dottore lo chiamano, l?ultima ipocrisia. Mentre gli dicono che non è degno di stare davanti a un prete che probabilmente come ha detto generalizzando il vecchio stamattina, due ore prima ha toccato il culo a un chierichetto con la scusa di mettergli la camicia nei pantaloni.
Bentornati nel Medioevo.
Invece del menestrello c?è l?iPod, invece delle sfide a cavallo ci sono le impennate sullo scarabeo, invece di bruciare le streghe si tengono i morti fuori dalle chiese.
Cambia il metodo, la motivazione è la stessa.
La chiesa è fatta da uomini, e gli uomini spesso sono delle vere teste di cazzo.
Tra dieci minuti cominciano i funerali laici che sono stati organizzati davanti alla chiesa che non ha voluto aprire le porte a Welby. E? ora di muovermi, o farò tardi.

Buon Natale.

Voci da Piazza Vittorio

17 Ottobre 2006 7 commenti


Ho scelto di essere un giornalista, lo sto diventando. E allora stamattina appena ho saputo sono andato a fare il mio lavoro. Ognuno aveva il suo pezzo di tragedia da raccontare.

?Io salgo sempre sul primo vagone, oggi qualcuno da lassù m’ha protetto”

?Abbiamo subito pensato a un attentato?

?Due esplosioni fortissime?

?Sono caduta sopra un bambino, la frenata è stata brusca?

?Non ha frenato?

?Ho visto una persona senza gambe?

?Dovevo esserci io su quella metro, è un miracolo che ho preso quella dopo?

?Dice che qualcuno aveva visto che il conducente non stava bene?

?Sei ?ngiornalista? Io ce stavo, ho visto i morti, se voi too racconto?

?E? scoppiata una centralina, è saltata la luce e poi c?è stato il botto?

?La centralina è integra, escludiamo qualsiasi blackout antecedente la collisione?

?La macchina dei soccorsi ha funzionato benissimo, i primi soccorsi dopo 3 minuti?

?quando so arivati i pompieri stavo già fuori, era passato un quarto d?ora?

?Dica! Ma non lo vede er nastro signora?

?Un pompiere m?ha detto che è stato un blackout?

?Vista un cinese che io pensa che?che adesso lui morta, no..lei morta, era donna?

?Mamma non c?ha capito niente, ha sentito una botta grande?

?…ma mi chiamate prima o dopo la pubblicità?Dopo le Iene? Dai cazzo che c?ho il comandante dei Vigili del fuoco!?

?Signò io sto a lavorà, faccia er giro della piazza, qua non se passa?

? Sandro?Alessandro! La sposti st?ambulanza? Sta a arivà Alemanno, deve passà la macchina?

?Cioè è come quando stai in autostrada, se tu vai a 60 all?ora e vai contro una cosa ferma e come se la velocità raddoppia?

?Ahò c?è quello dei profilattici, là ndo stà er tg1?

“tanto fumo, non riuscivamo a respirare, no…io non stavo sotto, ma mio fratello..”

Ascanio Celestini

16 Settembre 2006 10 commenti

Ascanio Celestini è uno che per vivere racconta storie. ?Per vivere? in tutti i sensi, non solo in quello che diamo abitualmente a questa espressione. Lo fa da tanti anni, e fortunatamente sempre più gente lo conosce, e lo va a sentire. Fortunatamente non è la parola adatta. Meritatamente. Non c?è nulla di casuale nella sua carriera. Tutto è una conseguenza di due elementi di base presenti dal primo all?ultimo dei suoi spettacoli. La passione e il lavoro. La passione nell?allestire spettacoli che raccontano di persone, fino a far sparire lo spettacolo e lasciare sul palco solo le persone. Sono persone che lavorano in fabbrica o al call center, che cercano di vivere nell?Italia sventrata dalle bombe o nei manicomi, che credono nei fantasmi o nei santi. Sono storie nella Storia. Sono memorie nella Memoria. Tutte le favole di vita che racconta Ascanio hanno un nucleo di verità, che è più grande o più piccolo a seconda delle storie. Questo nucleo è basato su testimonianze vere, su migliaia di interviste raccolte ovunque.
Ascanio non sa solo raccontare, sa comunicare. La comunicazione prevede un flusso di informazione a due direzioni. Ma nonostante il fiorire di scuole di comunicazione sembra che pochi abbiano capito che per saper dire, bisogna prima saper ascoltare. Questo è il valore aggiunto alla base di tutte le creazioni del cantastorie del quadraro. Passa intere giornate ad ascoltare storie, con uno spirito che non è semplice pazienza, ma fame di vita. Ascanio non è uno che per conversazione intende l?attesa del tuo turno per parlare. E se hai il piacere di incontrarlo in giro col suo zainetto, te ne accorgi. Domanda, si informa, non si ferma all?epidermide delle cose. E? davvero interessato a quello che tu, sconosciuto, in quel momento hai da digli. E quando gli dici che è bravo si mette la mano sul petto, fa un sorriso grande così e ti ringrazia. E non è una posa. Non recita sul palco, figurarsi fuori. In quel sorriso, in quella mano sul petto, in quell?atomo di inchino che ti fa quando tu tenti di fargli capire, e non ci riesci, quanto sia importante per te quello che ha fatto, c?è la sua meglio virtù. L?umiltà. Quell?umiltà che gli permette di non sostituirsi alla persona che racconta, e che quindi rende verità anche le storie che vere non lo sono.
Nei suoi spettacoli il giudizio, su ogni cosa, è sospeso. E? lo spettatore che deve cogliere l?essenza, pensare, discernere. Come faceva Primo Levi. Nei suoi libri vedi il nazismo, il male, e lo odi e ti fai giudice, e condanni. E capisci, per quanto sia possibile capire, quello che è stato perché l?autore non ha fatto il lavoro difficile per te. Ti ha lasciato con la tua coscienza, ti ha negato la comodità del suo giudizio e ti ha chiamato ad esprimere il tuo.
Perché Ascanio è necessario nella nostra società? Perché è giusto che io sappia come vivevano i miei nonni? Perché altrimenti rischio di dimenticare che quello che ho, dalle scarpe alla Costituzione, dal piatto di pasta alle strade asfaltate, lo devo alla volontà di migliorare il mondo di persone. Persone normali, come me. E rischio di dimenticare che io ho lo stesso dovere. Perché se dimentico che c?è la fabbrica e tutto ciò che ne consegue in termini di vita quotidiana, rischio di pensare che la pubblicità vuole il mio bene. Perché se dimentico che c?è gente che ha da dirmi qualcosa, rischio di credere che il blog e internet siano l?unico modo di comunicare. Perché se dimentico di immergere un fatto in un contesto, rischio di non capirlo.
Ci sono tanti motivi che rendono Ascanio un bellissimo anticorpo alla malattia del nostro vivere nel 2006. Oltre a quelli detti, ne ho trovati alcuni che tengo per me. Perché alcuni stanno cambiando il mio modo di stare dentro questo mondo, questa città, questo quartiere, questa casa.
Ascanio non è un guru, non vende ideologie, non si prende sul serio e ti fa ridere di gusto. Non è uno che vuole insegnarti a vivere, e non lo ha fatto neanche a me.
E? la storia che insegna, Ascanio è il mezzo.

l’insostenibile vuoto delle tue parole

15 Luglio 2006 3 commenti

Caro autore A del libro B che sto studiando per l?esame C. Sei un pezzo di merda. E non lo dico con tono ironico-bloggeristico valido per raccogliere consensi e commenti. Sei proprio uno stronzo. Perché a me non me ne frega un cazzo che tu devi rifarti il parquet, o devi pagare i pompini che non ti fa tua moglie. E invece a te si. E allora continui a diluire quello che potrebbe stare in CINQUANTA PAGINE in tre libri da 300, così il coglione studente universitario spende soldi e tu campi beato e ti rifai l?abbonamento a sky. Fanculo. L?editoria universitaria è quanto di più reazionario, anacronistico, e truffaldino possa esistere. Aldilà del fatto che io non ci spendo soldi perché dopo quattro anni col cazzo che me li compro i libri e campo di fotocopie e prestiti. Non è quello il punto. Il punto è che tu , autore A, sei un pezzente anche dal punto di vista intellettuale. Non vuoi ammettere che sei morto, che il mondo non fa più credito alle tue idee, che chi ti sta intorno non ti valuta più per quello che potresti fare, ma solo per quello che hai fatto. E pretende che tu continui a scrivere quello che hai sempre scritto, basta che non rompi i coglioni. Tutti gli applausi e gli inchini tutte le seghe che ti fanno le tue assistenti vogliono dire: sei morto. Ti applaudono come si applaude quando il sindaco toglie il velo dalla statua. Sei una statua, un monumento all?indecenza che governa l?università italiana e di tutto il mondo. E pensare che te ne eri accorto anche tu, quando avevi notato che era la terza conferenza di seguito che ti facevano dire le stesse cose. Poi è arrivata la simbolica gratifica di 2000 euro accompagnata da lettera del rettore che ti ringrazia ?per le Sue indiscusse qualità di relatoreblablabla? e ti sei dimenticato tutto. I soldi che hai sono il tuo anestetico. Tutto quello che hai è solo perché lo puoi comprare, o con i soldi o con il potere di barone universitario di stocazzo. Sei quello che hai. O per far eun giochino di parole a te tanto caro ?Non sei in quanto il tuo essere in funzione dell?avere determina una dissociazione dell?io tale da annullare il sistema segnino e semantico riconducibile alla tua identità primaria di individuo?. Contento? Hai visto che ho imparato? Hai visto che anche io se voglio non dico un cazzo? Solo che a me non mi pagano, e mai mi pagheranno. Perché tu sei nato ai Parioli e papà era un viceministro della minchia o un preside della facoltà di sta ciolla. Io sono nato a Cinecittà e i calci in culo non me li dà nessuno. Io per campare dovrò farmi ancora chissà quanti lavori senza un cazzo di stipendio. Però io non sono morto. E quando mi fanno i complimenti non me li sono comprati. Io non morirò come te a 35 anni, per viverne altri quaranta a farmi le pippe quando Repubblica mi fa il servizio sul libro nuovo. Fanculo. Io da oggi non ti studio più. Fanculo l?esame, c?è un limite a tutto. Da adesso vacanza. Tu continua a morire nel tuo curriculum e sulle quarte di copertina. Olè.

p.s. e non parlare più di Pasolini, che quelli come te li avrebbe presi a calci in culo. E se eri carino forse ti si faceva pure. Ti è andata comuqnue bene che non l’hai conosciuto. Ti avrebbe annichilito in ogni campo.

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